Dipendenza affettiva: quando l’amore diventa tossico

«Che forse l’amore consiste in questo: che due solitudini si sfiorano, si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano…» scriveva Rilke, poeta di fine Ottocento. Come dire, in amore bisogna saper “stare” ma anche sapersi “salutare”… Invece, a volte, capita che durante una relazione d’amore in cui non ci si sente più felici e pienamente appagati, non si riesce a prendere una decisione chiara e ci si sente intrappolati in una storia che genera malessere piuttosto che felicità. Spesso, proprio a fronte dell’insoddisfazione che si vive, ci si accanisce ancora di più nel voler continuare con l’aspettativa, e spesso la pretesa, di cambiare di volta in volta la relazione, il partner, se stessi…

Ma perché, anche quando si soffre, è così difficile lasciare e così forte invece il desiderio di perseverare?

Freud parlava di coazione a ripetere, meccanismo per cui ci si sente costretti ad agire o a pensare, quasi contro la propria volontà, ripetendo vecchi schemi, perlopiù disadattivi.
Jung iscriveva questo fenomeno in un’ottica archetipica, descrivendo come nel comportamento dell’uomo agiscano delle forze che inducono istintivamente a ricalcare i percorsi sperimentati già, non solo dai propri genitori, ma ad un livello collettivo, dalle esperienze umane di un passato molto lontano. Questo meccanismo coattivo si manifesta nella vita sentimentale con quella che Fenichel chiama per la prima volta “dipendenza affettiva”, riferendosi a quelle persone che necessitano dell’amore come del cibo o della droga, rinunciando anche alla loro felicità pur di ottenerlo.
Tuttavia, bisogna capire quando e in che modo questa dipendenza possa essere definita un disturbo e quando invece rientra nel normale bisogno umano di socialità e affettività.

Possiamo definire la dipendenza affettiva come una forma patologica di amore caratterizzata da una costante assenza di reciprocità all’interno della relazione di coppia, in cui uno dei due riveste il ruolo di donatore d’amore a senso unico, e vede nel legame con l’altro, spesso problematico o sfuggente, l’unica ragione della propria esistenza. La dipendenza affettiva può manifestarsi in molte forme: alcuni dipendenti affettivi s’innamorano follemente di persone non disponibili, altri diventano ossessivi quando si innamorano e cercano di controllare il partner in tutto ciò che fa; può succedere che ci si avvicini a persone fragili o problematiche nell’illusione di “salvarle”; oppure si può essere dipendenti dalla relazione in genere, seppur non più innamorati del partner, per paura di restare soli. Qualunque sia la forma, tutti i dipendenti affettivi hanno in comune l’impotenza di fronte ai loro pensieri, sentimenti e comportamenti e il senso di esserne sopraffatti.

È sempre molto difficile venire fuori da questo tipo di relazioni, perché prevale il rimpianto lacerante di qualcosa che poteva essere e non è stato… Separarsi da un’esperienza positiva è infatti paradossalmente più facile e naturale che separarsi da un desiderio ed un bisogno legittimo ma non soddisfatto.
Spesso questo bisogno insoddisfatto ha radici lontane, nelle prime esperienze d’amore e attaccamento con i propri genitori, e per questo è molto difficile staccarsene. La guarigione dalla dipendenza affettiva però è possibile, ma deve passare sempre per la consapevolezza del proprio malessere e per la possibilità di chiedere aiuto, ma soprattutto per l’acquisizione di un’autonomia affettiva, che consenta di entrare in relazione con gli altri non perché si ha bisogno di loro per sopravvivere o curare vecchie ferite, ma perché si è liberi di sceglierli per quello che sono e per come ci fanno sentire.

Fonte: diregiovani.it